Il sabato mattina è stato sull’impronta dell’efficenza (presunta): passaggio a scuola alla Cami e a una sua amica, entrambe con un livello di socialità mattutino prossimo a quello di un pitbull, attacco all’Esselunga, appena aperta, per la spesa, insieme a uno stuolo di agguerriti pensionati, “adoro l’odore del napalm di prima mattina” (dai, questa è facile: assaggio di birra per chi indovina il mitico film). Qui ci deve essere stata in corso una ispezione di qualche mega-boss, perchè gli scaffali erano di un ordine e assortimento mai visto: ho anche notato chi lucidava i pomodori e raddrizzava le banane, vicino a chi spuntava le foglie di rucola affinche avessero tutte la stessa lunghezza.
Ulteriore pellegrinaggio all’Apple Store per sostituire sto sfigatissimo 3Gs (Mr. Steve Jobs, prima o poi io e te dobbiamo parlare di sto cazzo di telefonino che mi cambiate ormai una volta al mese), passaggio in palestra dove ho incontrato il Paolo e la MariaGrazia e abbiamo cazzaggiato qualche minuto (huè, MG, ricordati di fare i compiti, capito?). Recupero la figlia da scuola, la sfamo e mi si pianta la declamata efficienza in una sindrome post-pasto da divano.
Ciapo sù il Corriere su Ipad e dò una scorsa a qualche articolo: mi colpisce quello dove si parla di un tipo in Libya che lancia una fatwa contro vari stati occidentali per il bombardamento di Brega dove, tra le vittime civili, ci sono stati 11 imam (religiosi). Pare prometta 11mila morti, 1,000 per ogni sant’uomo morto sotto le macerie. Sono pluri-perplesso e mi scapperebbe il facile giudizio “questo è un vero coglione“, ma siccome sono un sincero democratico pluralista, mi permetterò di affumicarvi i testicoli con qualche parola su questo.
Il mio quasi omonimo Mao Zedong ci ricorda che “La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra”. Le rivoluzioni, le insurrezioni, le guerre (giuste? sbagliate? sono troppo realista qui per lanciarmi in un’appassionata difesa della pace e del vivere civile), lasciano per terra un bel po’ di cadaveri, se va bene. Se va male lasciano delle atrocità che ci fanno dubitare dell’uso esteso che facciamo della parola “umano”.
Non voglio neanche aprire nessuna valutazione sull’intervento della NATO sui cieli della Libya e nemmeno sulla farsa dell’approccio che il nostro Governo ha avuto: “i nostri aerei sorvolano ma non sono armati e non bombardano”. Ma che cazzo ci fa un aereo da combattimento allora? Svolazza e ti dice “guarda che se non la pianti di cannoneggiare i civili ti spedisco qui il Berlusca?”. Lasciamo perdere tutte ste cose che sennò apriamo un vaso di Pandora (no, ragazzi, questa “Pandora” non è un concorso a premi, gnurant!), e vorrei invece pensare un attimo a questa storia della fatwa.
Nel 1998 ho cenato in un bel ristorante di London accanto a Salman Rashdie, autore, tra l’altro, di un libro (non particolarmente bello) che si intitola “I versetti satanici” (1988). Uno dei passaggi della narrazione, (la trama qui ve la risparmio, ve la potete leggere su wiki a meno di non essere alla totale ricerca delle fonti e vi comprate il libro) aveva fatto girare i coglioni a un po’ di mussulmani perchè, facendovela breve, in un sogno ipotizzava che Maometto avesse fatto qualche cazzata. In un terzo sogno, sembrava anche di cogliere qualche allusione all’esilio parigino dell‘Ayatollah Khomeini (futuro leader poi della rivoluzione in Iran).
Il libro era stato messo al bando, alcune copie bruciate: e fin qui, diciamocelo, è una esecrabile cagata ma ne vediamo tante. Quello che proprio è stato inaccettabile è che nel Febbraio del 1989, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, all’epoca supremo leader dell’Iran e riferimento per i Mussulmani Schiiti, emetteva una fatwa (editto) di condanna a morte contro Rushdie, chiamando a raccolta tutti i mussulmani per assassinare lo scrittore e chiunque fosse connesso con la pubblicazione del libro blasfemo.
Il Governo Inglese mise sotto protezione Salman Rashdie: e qui smettete di chiedermi perchè ammiro tanto i sudditi di sua Maestà, valga anche solo questo atto come esempio.
Questa storia penso se la ricordino in tanti, ma quello che pochi ricordano è che Htoshi Igarashi (il traduttore del libro in japponese) è stato assassinato nel 1991; Ettore Capriolo (traduttore in italiano) è sopravvissuto con gravi lesioni ad un tentativo di assassinio nello stesso anno; William Nygaard (editore del libro in Norvegia) è sopravvissuto ad un tentativo di assassinio nel 1993; Aziz Nesin (traduttore in turco) era il bersaglio di quello che oggi chiamiamo “Il massacro di Sivas”, dove, nel 1993, 37 persone hanno perso la vita.
Ste minchiate delle fatwe nella maggior parte dei casi restano minchiate ma, ricordiamocelo, sono sempre istigazioni alla violenza e all’assassinio invece che al dialogo e al perdono. A me, se la volete proprio sapere tutta, fan girare i coglioni a mille. Che mi fatwino pure per questo, li prenderò a sberle finchè posso.
Ovvia la scelta dell’immagine: nell’Ottobre del 2007 sono andato a trovare l’amico Luca a London (si, Luca, prima o poi l’olio vado a ritirarlo, lo so che sono un pirla, no worries) e abbiamo fatto un giretto per scattare qualche foto (vedi http://www.vagnozzi.net/Pictures/P_London/index.html). Tra tutte questa è quella per me oggi più appropriata.


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